AI TEMPI DEL CORONAVIRUS…LA DIFFERENZA TRA ANSIA E PREOCCUPAZIONE

Da qualche mese, a causa del difficile periodo che stiamo vivendo, arrivano a studio persone che chiedono aiuto circa l’ansia provata per il Covid-19.
Spesso mi raccontano che non riescono più a dormire, che non vogliono uscire di casa, che anche al sicuro nelle loro mura domestiche vivono perennemente una sensazione di pericolo. Al contempo alcune persone hanno paura per i propri cari, quali ad esempio i figli che devono comunque andare a scuola o il proprio partner che continua a lavorare in presenza.

Mi sono ritrovata dunque a riflettere ed a far riflettere i pazienti sulla differenza fondamentale che intercorre tra la preoccupazione, contestuale in alcune situazioni, e l’ansia, disturbo che può arrivare ad essere invalidante ma che spesso ci racconta tanto altro rispetto alla sua causa più evidente della pandemia.

Comunemente le persone tendono ad usare i termini preoccupazione ed ansia come fossero sinonimi e corrispondessero agli stessi vissuti emotivi. In realtà si tratta di due esperienze interiori che differiscono sia per caratteristiche che per intensità.

Sottolineo sempre ai pazienti che la preoccupazione è diretta verso qualcosa di specifico ed identificabile. Dunque quando viviamo un sentimento di preoccupazione sappiamo con chiarezza cosa lo sta provocando. Possiamo quindi affermare che la preoccupazione ha a che fare con problematiche oggettive, reali.
Questa identificazione non è possibile con l’ansia: quest’ultima è spesso legata a situazioni più generali, vaghe ed indefinite. Molto spesso i pazienti riferiscono di sentirsi ansiosi senza nemmeno sapere il motivo per cui si sentono così a disagio. La frase che maggiormente sento riferire è “Mi sento in questo modo ma non saprei perchè visto che va tutto bene!”.
Si innesca dunque un pensiero irrazionale, la proiezione futura di qualcosa di negativo che potrebbe accadere ma ancora non è accaduto e lascia la persona in uno stato di perenna “attesa della catastrofe”.
Così delineato si evince dunque che la preoccupazione è congrua in quanto correlata ad un reale problema da risolvere, il quale richiede energia mentale e fisica per reagire. L’ansia porta ad uno stato di allerta e malessere incongrui poiché il problema non esiste se non nella fantasia della persona, e, cosa ancor più dolorosa, non si può risolvere con alcuna azione concreta.

Un’ulteriore distinzione risiede nel fatto che la preoccupazione è limitata nel tempo e circoscritta ad un evento o situazione ben precisa mentre l’ansia, oltre ad essere aspecifica, è ricorrente e pervasiva ed investe molti aspetti della vita di chi ne soffre.
La preoccupazione, avendo a che fare con una specifica area della vita in un dato momento può trovare sollievo in altre aree relazionali: se una persona è preoccupata per una performance lavorativa probabilmente gioverà nell’uscire con gli amici poiché si alleggerirà per qualche ora.
L’ansia invece invade tutte le aree della vita della persona, facendogli esperire negatività, malessere e incertezza in ogni cosa. Invalida il lavoro, gli affetti ed anche le relazioni; alla persona è impossibile trovare pace e tregua anche nelle cose che di solito ama fare.

Differenze tra ansia e preoccupazione si riscontrano anche rispetto alle manifestazioni.
La preoccupazione è basata sul pensiero e si manifesta attraverso il dialogo interno: può causare insonnia ma raramente si esplica anche fisicamente.
L’ansia invece si manifesta con un corollario complesso di sintomi fisici quali battito cardiaco, sudorazione, secchezza delle fauci, digrignamento dei denti o serraggio della mascella (bruxismo), contrazione muscolare quali cervicali e cefalea, mal di stomaco, vertigini.
Molte persone scoprono di soffrire d’ansia dopo che si sono recate presso un medico o in ospedale perchè avvertono problemi cardiaci.

Anche gli effetti a lungo termine di preoccupazione e ansia sono diversi: la preoccupazione lascia dietro di sé nervosismo e stress, l’ansia ci rende insicuri e spaventati quasi dalla vita stessa, nel corso del tempo può trasformarsi in attacchi di panico, disturbi d’ansia più complessi e depressione grave influenzando notevolmente la capacità di funzionare delle persone e la loro qualità di vita.

L’esperienza mi ha insegnato che le persone accettano maggiormente di parlare delle proprie preoccupazioni ma sono più restie nel rivelare di soffrire di ansia. Mentre la preoccupazione sembra socialmente accettabile, l’ansia sembra ancora qualcosa di cui ci si debba vergognare e quindi lo si debba nascondere. Questo si verifica perché la società non cui viviamo non sembra poter tollerare di vederci impauriti e incerti: il modello a cui tendere è quello della persona sicura, determinata e di successo.

La pandemia che stiamo affrontando si presta come terreno fertile per fare esperire alle persone emozioni intense negative spesso legate a vissuti più viscerali e antichi.  Dunque il Covid-19 sembra attivare delle ansie e delle difficoltà che sono sempre state dentro la persona ma non hanno mai trovato una possibilità di manifestarsi. La paura collettiva attuale offre il giusto presupposto per “ammettere di stare male” e fornisce ad alcune persone la possibilità di sentirsi legittimati ad affrontare alcuni nuclei più profondi che difficilmente, in altri momenti, avrebbero trovato spazio per essere fronteggiati.


Ai tempi del Coronavirus… la differenza tra ansia e preoccupazione

ADOLESCENTI E CORONAVIRUS: UNA FASE DI VITA DELICATA VISSUTA IN UN MOMENTO SOCIALE DELICATO

Siamo oramai tutti a conoscenza di quanto sia delicata l’adolescenza e dei tanti compiti evolutivi caratteristici di questa fase1:

Processo di separazione-individuazione dalla famiglia d’origine: il termine separazione rischia di far immaginare qualcosa di drastico e negativo sia per i figli che per i genitori, in realtà si tratta di un progressivo ed evolutivo allontanamento, sia dal punto di vista fisico che affettivo, dalle figure genitoriali. Tale processo psicologico e sociale è spesso vissuto in modo conflittuale e ambivalente da tutta la famiglia perchè da un lato, l’adolescente, alla ricerca di sé e della propria autonomia, respinge i genitori e ciò che questi rappresentano (insieme a molti altri adulti e alle istituzioni) per prendere le distanze dai modelli, dai valori e dalle tradizioni che questi propongono, dalla propria dipendenza e da un precedente modo di stare in relazione; dall’altro, è rassicurante per il ragazzo poter contare su punti di riferimento solidi, se pur sempre meno idealizzati e sempre più reali, da cui poter trarre sostegno, valorizzazione e riconoscimento rispetto a ciò che è e alle proprie potenzialità e possibilità future;

Mentalizzazione del corpo sessuato: in questa fase si vivono trasformazioni corporee che si susseguono, in modo incontrollato e spesso poco armonico. Queste trasformazioni costringono già il preadolescente ad un lavoro di riconsiderazione, di rinnovamento dell’idea di sé. Il corpo che si trasforma in modo spesso non voluto spinge alcuni adolescenti a pratiche di recupero del controllo (attacchi alla corporeità attraverso l’alimentazione, pratiche dolorose, piercing, ecc);

La formazione dei propri ideali: si manifestano delle trasformazioni anche sul piano intellettuale, infatti, diviene progressivamente capace di usare il pensiero astratto e di rappresentarsi perciò non soltanto il mondo familiare, sociale e politico così com’è, ma come potrebbe essere se certi elementi e certe condizioni fossero diverse. Come conseguenza, l’adolescente smette di pensare alla realtà che vede e sperimenta come l’unica possibile ed emerge un atteggiamento spesso critico anche rispetto a giustificazioni fino a quel momento considerate valide. Da qui il bisogno di capire e spesso il desiderio di sperimentare in modo diretto e autonomo: nascono gli idoli, i miti, che sono proiezioni dell’Ideale dell’Io sui miti e le icone del mondo adolescenziale, assai variabili per sesso e gruppi di appartenenza;

La nascita sociale che rappresenta il percorso verso un ruolo socialmente riconosciuto. L’esperto psichiatra Charmet2 chiama questa fase “seconda nascita” che, dopo quella fisiologica, segna l’ingresso nel mondo adulto. Il punto di arrivo di questo percorso è nell’età adulta, ma durante tutta l’adolescenza si susseguono momenti e debutti provvisori, in situazioni e gerarchie gruppali diverse dalla famiglia L’incremento del desiderio di socializzazione si lega ai bisogni di appartenere e sentirsi rispecchiato dal gruppo dei pari e conducono l’adolescente a costruire nuove relazioni attraverso le quali sperimenta e pone le basi per la vita relazionale ed effettiva dell’età adulta.

L’emergenza sanitaria che stiamo vivendo sembra da un lato aver sospeso la vita a cui tutti siamo sempre stati abituati: adulti a casa, senza lavorare o lavorando al PC. Ai tempi del Covid19 viviamo una casa che sembra sempre più piccola, senza uno spazio né un tempo per se stessi. L’ansia per la propria sicurezza fisica, le precauzioni, le limitazioni, le preoccupazioni economiche, le notizie contraddittorie dalla TV, le incertezze rispetto al futuro.

In mezzo a tutto questo ci sono loro, i ragazzi, ai quali questo tempo sta chiedendo molto: figure a volte aleatorie, a volte arrabbiate, girano per casa captando tutte le angosce della famiglia e contattando le proprie. Gli adolescenti, sul trampolino di lancio della propria vita, si sono visti frenati all’improvviso.

Eppure nonostante questa frenata causata dal Covid19 la vita chiede loro di andare avanti: mantenere una vita sociale, sfogarsi con gli amici ma senza parlare ad alta voce per paura che i genitori sentano; vivere la propria storia d’amore senza potersi vedere e senza avere le certezze di un adulto; continuare a studiare con compiti ed interrogazioni senza lo scambio consueto con i propri pari, utilizzando proprio quella tecnologia per la quale fino a pochi mesi fa litigavano con i genitori per il troppo utilizzo.

Nel mio lavoro di psicoterapeuta in questo periodo sento spesso genitori preoccupati o arrabbiati rispetto al comportamento dei loro figli e vorrei cercare di dissipare un po’ di confusione.

I ragazzi vivono una realtà scissa: in questo periodo “straordinario” chiediamo loro di fare “gli straordinari” non uscendo da casa, non vedendo gli amici ma con la pretesa che si impegnino “ordinariamente” nella scuola nonostante la confusione di notizie e di organizzazione.

La TV ci consiglia vivamente di strutturare le nostre giornate tra impegni, attività fisica, lavoro e alimentazione sana e sicuramente è un bene che i ragazzi mantengano alcune costanze nella loro vita.

Nonostante queste indicazioni però spesso vediamo ragazzi fare le ore piccole al telefono o al PC con gli amici o guardando serie tv. Da un lato ciò rappresenta un’alterazione del ciclo vitale ma vorrei sottolineare quanto il tempo notturno sia spesso l’unico in cui gli adolescenti sentono di vivere la propria privacy: genitori a letto significa esperire davvero la sensazione di avere la casa solo per sé. Inoltre vorrei sottolineare che vivere di notte rappresenta una trasgressione dai modelli familiari che come abbiamo visto è necessaria per portare avanti il processo di separazione-individuazione dell’adolescente dalla famiglia.

Al contempo ciò rappresenta un nodo cruciale quando tale abitudine influenza in maniera determinante l’andamento della giornata: umore irascibile, negligenza nei propri compiti domestici, apatia, trascuratezza nello studio o isolamento dalla vita familiare possono essere indicatori da non sottovalutare.

Anche la tecnologia rappresenta un punto ambivalente: con il dilagarsi della dipendenza da Internet l’attenzione verso i dispositivi elettronici è cresciuta notevolmente negli ultimi anni. Eppure oggi è proprio grazie a questi dispositivi che i ragazzi continuano la loro formazione, dunque passano su internet molto tempo. Ma è poi giusto togliere loro il telefono perchè l’hanno usato già molto tempo quando esso rappresenta l’unico canale di socializzazione possibile?

Credo vivamente che in questa fase di emergenza sociale sia bene dare valore ed attenzione ad altri indicatori di benessere o malessere psicologio: piuttosto che privarli del telefono sarebbe bene far in modo che i ragazzi non lo usino durante i pasti consumati in famiglia o durante il tempo trascorso insieme magari vedendo un film o facendo un gioco. Piuttosto che demonizzare in toto il telefono sarebbe bene limitare il tempo trascorso con i videogiochi (anche alla playstation).

Buoni segnali di serenità nei ragazzi possiamo rintracciarli oggi anche nelle risorse che essi investono nel mantenere l’impegno della scuola: la partecipazione alle videolezioni, il rispetto degli appuntamenti, lo svolgimento dei compiti tra la mattina ed il pomeriggio, sono buoni indicatori.

Mantenere questa routine scolastica, senza il beneficio del contatto amicale, richiede loro molta autodisciplina ed attenzione, al punto a volte, di lasciar loro pochissime altre energie per autoregolarsi.

Questa fase di vita richiede dunque ai genitori di essere ancora più aperti e flessibili, non tanto per “giustificare” i comportamenti dei loro figli ma per “spiegarseli”, magari condividendo le preoccupazioni insieme.

1 http://www.goccedipsicologia.it/mio-figlio-adolescente-quello-sconosciuto/ di M. Paccamiccio

2 Guastavo Pietropolli Charmet è uno dei più importanti psichiatri e psicoterapeuti italiani. Si è laureato in medicina all’Università di Padova, specializzandosi in psichiatria presso la Clinica Universitaria di Milano. È stato primario in diversi ospedali psichiatrici e docente di Psicologia dinamica all’Università Statale di Milano e all’Università di Milano Bicocca. Nel 1985, con l’appoggio di Franco Fornari e con altri soci, ha fondato l’Istituto Minotauro di cui è stato presidente fino al 2011. È autore di numerosi saggi sull’adolescenza.

ADOLESCENTI E CORONAVIRUS: UNA FASE DI VITA DELICATA VISSUTA IN UN MOMENTO SOCIALE DELICATO

ADOLESCENTI E CORONAVIRUS: UNA FASE DI VITA DELICATA VISSUTA IN UN MOMENTO SOCIALE DELICATO

ATTACCHI DI PANICO E PSICOTERAPIA

Gli attacchi di panico sono episodi di intensa paura o di una rapida escalation dell’ansia normalmente presente. Insorge un’angoscia intensa senza alcuna prevedibilità e senza possibilità di interromperla. A ciò si associano manifestazioni fisiche quali palpitazioni, tachicardia, vertigine, tremori corporei, diarrea o sudorazione eccessiva e soprattutto sensazione di soffocamento…..nell’attacco di panico è il corpo a parlare della propria morte o, meglio, della propria agonia.
Chi ha provato gli attacchi di panico li descrive come un’esperienza terribile, spesso improvvisa ed inaspettata, almeno la prima volta,in seguito la paura di un nuovo attacco diventa immediatamente forte e dominante. Spesso per la persone diventa difficile svolgere azioni quotidiane come guidare o uscire da sola di casa. L’evitamento di tutte le situazioni potenzialmente ansiogene diviene la modalità prevalente ma l’individuo diviene così schiavo del panico. Questo costringe spesso tutti i familiari ad adattarsi di conseguenza, a non lasciarlo mai solo e ad accompagnarlo ovunque. Ne consegue un senso di frustrazione che deriva dal fatto di essere “grande e grosso” ma dipendente dagli altri, che può condurre ad una depressione secondaria.
Alcuni eventi di vita possono fungere da fattori precipitanti, anche se non indicono necessariamente un attacco di panico.
A volte le persone temono che i sintomi dell’attacco di panico indichino che stanno “impazzendo” o perdendo il controllo, o che sono emotivamente deboli e instabili.
Una volta comparso, l’attacco di panico tende inesorabilmente a ripetersi.
Chi lo ha subito, lungi dall’essere rassicurato dal fatto di essere sopravvissuto o dal convincersi dall’inconsistenza dei suoi terrori, sembra sempre più incline a farsene catturare. Un elemento molto importante nella preparazione e nello scatenamento dell’attacco è il ruolo giocato dall’immaginazione.

L’attacco di panico in psicoterapia viene considerato un sintomo di una complessa ma aspecifica sofferenza del Sé, espressione del venir meno di alcuni parametri necessari al suo funzionamento.
L’angosciosa sensazione di non comprendersi porta all’accumulo dell’ansia che, nel corso della crisi, si travasa nel corpo e si esprime in un linguaggio viscerale, sottraendosi sempre di più alla possibilità di essere raffigurata psichicamente.
I terapeuti sanno tuttavia che le fobie e gli attacchi di panico sono solo un sintomo di una situazione molto più complessa: sono l’espressione di un difetto di costituzione della personalità.
Alcune volte gli attacchi di panico compaiono nel corso di crisi di identità, nei momenti di trasformazione (entrata nell’età adulta, crisi della mezza età) o come reazioni psicosomatiche alla separazione, ma indicano una mancata strutturazione del sé. È il fallimento di quelle funzioni inconsce che modulano e monitorizzano lo stato emotivo. Nelle condizioni di stress non è possibile utilizzare quell’insieme di operazioni inconsapevoli necessarie a trasformare i contenuti emotivi per renderli idonei al funzionamento della vita psichica.
In altre parole si viene a configurare una rottura simile a quella del disturbo post-traumatico da stress in cui la persona, in uno stato di ipervigilanza, cade improvvisamente preda di attacchi di terrore legati associativamente all’episodio traumatico.

La psicoterapia affronta gli attacchi d panico in vari modi in base all’approccio di riferimento.

Da un punto di vista psicodinamico i sintomi nascono da conflitti e fantasie inconsci. Ad esempio pazienti con disturbi di panico spesso lottano con sentimenti e fantasie di rabbia e aggressività che sperimentano come attacchi e minacce alle figure di attaccamento. Queste fantasia e sentimenti vengono vissuti come minacce perciò vengono spesso evitati grazie a dei processi psichici chiamati meccanismi di difesa che possono essere osservati ed analizzati nel corso di un adeguato trattamento psicoterapeutico.
Buona parte del lavoro della psicoterapia psicodinamica nel trattamento degli attacchi di panico mira al riconoscimento di sentimenti di rabbia (e dei meccanismi di difesa che hanno la funzione di evitare tale riconoscimento), alla gestione dell’ambivalenza circa i desideri di autonomia e dipendenza e le connesse paure di smarrimento o di abbandono.
Il lavoro terapeutico si incentra sull’identificare il significato e il contenuto dei sintomi, esplorando le circostanze in cui si sviluppano gli episodi di panico. Il chiarimento di una storia evolutiva, compresi i precedenti episodi di panico, aiuta a determinare in che modo le prime esperienze di vita e le rappresentazioni di sé e degli oggetti possano svolgere un ruolo attivo nel disturbo.
Successivamente si cercano di identificare i conflitti fondamentali sottostanti il disturbo di panico. Conflitti quali la rabbia e l’autonomia, nonché altre dinamiche e i relativi meccanismi di difesa vengono portati all’attenzione del paziente man mano che questi si rendono visibili all’interno del trattamento. I meccanismi di difesa sono gradualmente mostrati come tentativi spesso inconsci per evitare di affrontare i contenuti potenzialmente responsabili degli attacchi di panico. L’emergere di queste meccanismi all’interno della relazione terapeutica permette al paziente di prenderne consapevolezza e di affrontarli.

Attacchi di panico e psicoterapia
Attacchi di panico e psicoterapia

FARMACI O PSICOTERAPIA?

http://s7QezLEqgVdn4xE8Mp46mo

https://thevision.com/scienza/italiani-ansiolitici-psicologo/?fbclid=IwAR2J-6Yq4PncSMdB9LqQ3i3mZ-ehTiM74sJVf

 

Vari studi evidenziano come molti italiani preferiscano ricorrere direttamente ad uno psicofarmaco piuttosto che avvalersi dell’aiuto un terapeuta.

Il farmaco riduce i sintomi dando spesso la sensazione di una risoluzione del problema ma è necessario sottolineare che non incide affatto sulla causa del disagio!

L’utilizzo dei farmaci è molto utile nei casi in cui, riducendo i sintomi, permette alla persona di concentrarsi su un lavoro più introspettivo, che gli permetta di capire da dove nascano le sue difficoltà.
A tal proposito vorrei proporre questo interessante articolo di Mattia Madonia.

 

FARMACI O PSICOTERAPIA?
FARMACI O PSICOTERAPIA?

Un viaggio dentro l’ansia

https://posts.gle/LtYvx

https://www.linkedin.com/posts/dott-ssa-michela-paccamiccio-313a9b87_i-molti-studi-sui-disturbi-di-ansia-confermano-activity-6614619591106678784-iUCN/

 

Alcuni studi dimostrano che il 25% delle persone ha avuto nel corso della sua vita disturbi di ansia. Senza però dover arrivare fino ad un concetto di diagnosi, è possibile affermare che moltissime persone quotidianamente vivono forti sensazioni di ansia.

Si tratta di una sensazione di disagio intenso, dalla quale spesso la persona non sa come liberarsi, pur essendo consapevole a livello razionale che molte delle preoccupazioni che la affliggono non sono realmente dei problemi insormontabili.
La persona ansiosa vive in uno stato di eccitazione costante, continuamente in attesa che accada qualcosa di terribile; tale livello di tensione, soprattutto se protratto a lungo, è estenuante e ha delle ripercussioni sia emotive che fisiche. Lo stato ansioso può sfociare in attacchi di panico, ma anche quando non ci sono episodi conclamati la condizione di stress è elevatissima.

Molte cose si sono dette sull’ansia: i possibili rimedi, le possibili cause.
Quest’articolo non vuol essere l’ennesimo manuale di istruzioni per chi soffre di ansia né esplicitare le innumerevoli teorie al riguardo; oggi voglio fornire uno sguardo dall’interno e fare un viaggio dentro le persone che avvertono questo disagio, per provare a vivere ciò che provano.

Di seguito vengono riportare le esperienze di alcune persone che soffrono di attacchi di ansia, raccolte da Melissa McGlensey, direttrice della rivista online The Mighty, che si occupa di salute.
McGlensey ha intervistato delle persone che convivono con l’ansia, chiedendo loro di provare a riassumere la loro condizione nel tentativo di permettere agli altri di empatizzare con il loro disagio.

1. “A volte, anche il compito più semplice mi sfinisce” – Rhonda Bodfield
L’ansia può assorbire moltissime energie di un individuo: spesso la persona ansiosa è sopraffatta da compiti che in altra condizione possono apparire come semplici. Molte volte si sente dire che “L’ansia paralizza” poiché rende difficile iniziare un compito e comporta un’enorme paura di fallire.
Il supporto maggiore che si possa dare alla persona ansiosa in questo caso, è non criticare nè minimizzare il problema, ma solo accompagnarlo durante la risoluzione di quest’ultimo;

2. “Non abbiamo bisogno di qualcuno che ci guardi come se fossimo matti. Abbiamo bisogno di qualcuno che sia compassionevole”- Kristen Cunningham
K.C. sottolinea come le persone affette da sintomi ansiosi non vogliono che gli altri risolvano le cose al loro posto, piuttosto è importante la comprensione. Molte volte non serve altro che essere presenti e trasmettere alla persona che sta soffrendo che, qualora ne avvertisse il bisogno, può contare sull’aiuto dell’Altro, senza critiche, senza rimproveri, senza lamentele.

3. “Il fatto che non possa spiegare i sentimenti che mi provocano ansia, non la rende meno grave” – Lauren Elizabeth
E’ veramente difficile per chi convive con l’ansia descrivere a parole ciò che prova; ciò non significa affatto che il suo sentire non sia reale.
E’ dimostrato che minimizzare questo stato peggiora notevolemente il vissuto della persona ansiosa, poiché lo fa sentire incompreso ma soprattutto inadeguato al contesto.

4. “So che mi preoccupo di cose ridicole, ma non posso farne a meno” – Erika Myers Strojny
Le persone ansiose sembrano preoccuparsi per dettagli che risultano irrilevanti per la maggior parte degli altri. Ciò può accadere perché anticipano gli eventi, prefigurandosi sempre lo scenario peggiore.
Essere pienamente consapevoli a livello razionale di questo, non permette comunque loro di evitare tali vissuti, che spesso sembrano acquisire una vita propria.

5. “Sono aggredita da qualcosa alla quale non posso sfuggire” – Sherri Paricio Bornhöft
Di fronte ai tentativi di incoraggiamento o di incitamento alla persona ansiosa sentiamo rispondere “Non ho scelto io di essere ansiosa”.
Mai frase fu più emotivamente significativa: la persona ansiosa vorrebbe liberarsi di tale disagio ma non sa come fare, il chè genera spesso ulteriore ansia. La sensazione rimanda all’essere intrappolati dentro un labirinto senza via d’uscita.

6. “Solo perché non capite cosa significano le mie paure, non vuol dire che non siano reali” – Vicki Happ
Spesso le persone accanto a colui che soffre di ansia tendono a mostrargli quanto tutte le sue paure siano infondate e immotivate, ma il fatto che tali sentimenti e preoccupazioni non siano condivisi da chi gli sta vicino non li rende meno reali per la persona ansiosa.
Quando qualcosa è reale nella sua mente, diventa reale anche nella sua vita quotidiana. Pensare che non è possibile controllare una situazione né superarla, si trasforma spesso in una profezia che si autoavvera per la persona ansiosa.

7. “Tutta la logica del mondo non fermerà il cuore che batte nel mio petto” – Rebecca V. Cowcill
Le persone che soffrono d’ansia spesso hanno attacchi di panico.
I sintomi più frequenti sono battito accelerato del cuore, fatica a respirare che comporta iperventilazione e terrore di morire.
Questi sintomi così intensi, provocano un vero e proprio sequestro emotivo. Il cervello emotivo prende il sopravvento e scollega la parte razionale. Dunque anche se la persona è razionalmente consapevole che non sta rischiando realmente la vita, ciò non è sufficiente a contenere i sintomi.

Infine, una persona riassume perfettamente ciò di cui ha bisogno dagli altri: “La mia mente è il mio nemico, quindi ho bisogno di averti al mio fianco. A volte ho solo bisogno che tu combatta insieme a me”.

Ansia
Ansia

La tristezza del Natale

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Natale è la festa della famiglia, in cui si celebrano gli affetti, l’amore, si condividono gioie e speranze per il futuro.

Non sempre però le nostre famiglie e i nostri affetti ci sono vicini, altre volte siamo in disaccordo con loro, oppure sentiamo di non avere nessuno con cui condividere questi momenti festosi.

La fine dell’anno è un momento di valutazione, in cui tiriamo le somme di ciò che è stato l’anno appena trascorso.

Quali sogni o obiettivi abbiamo realizzato…con chi li abbiamo condivisi…cosa non abbiamo concretizzato…quali sono state le occasioni perdute…cosa avremmo potuto fare in più ma non ce l’abbiamo fatta…

Tante emozioni si susseguono, delusione e tristezza si alternano, a volte a prevalere su tutte le altre è proprio la tristezza fino a diventare vera e propria depressione nei casi più estremi.

Le festività si caratterizzano inoltre come un momento di pausa dalla normale quotidianità. Problemi e difficoltà fino a quel momento apparentemente gestiti o ignorati vengo improvvisamente imposti alla nostra attenzione. Il momento che dovrebbe essere dedicato al riposo e alle attività piacevoli diventa anche un momento di riflessione e per sentire realmente le emozioni spesso messe da parte per via della frenesia della vita.

 

Ogni fine però, POTREBBE essere un nuovo inizio….

 

 

 

1 DICEMBRE GIORNATA MONDIALE CONTRO L’AIDS

1 DICEMBRE GIORNATA MONDIALE CONTRO L’AIDS

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Nonostante tutte le campagne di prevenzione e le nuove cure, viene data ancora poca attenzione al benessere psicologico del paziente con HIV.

Eppure l’HIV ha un’impatto psicologico molto forte sulla persona, con ripercussioni sulla vita relazionale, sociale ed affettiva del paziente che deve fronteggiare la sfida di un nuovo adattamento alla situazione.

Gli obiettivi di un INTERVENTO PSICOTERAPEUTICO comprendono:
– una piena consapevolezza della presenza della malattia e la comprensione della stessa;
– la gestione delle emozioni e dello stress causato dalla notizia;
– il ripristino dell’autostima.

Il TERAPEUTA ha il compito di definire un percorso specializzato e individuale  che consideri la situazione affettiva e clinica e le caratteristiche psicologiche del paziente per comprendere come ricostruire una nuova visione di sé che sia funzionale al raggiungimento di un livello soddisfacente di qualità della vita.

Il SOSTEGNO PSICOLOGICO si prefigura quindi come un intervento multidimensionale:
– supporto alle famiglie dalla comunicazione della diagnosi alla gestione della quotidianità,
– presa in carico in terapie di individui sieropositivi che associano alla malattia altre problematiche di tipo relazionali,
– interventi di comunicazione intenti alla prevenzione del contagio soprattutto nelle fasce giovanili,
– interventi per il supporto all’integrazione tra sieropositivi e non contrastando le false notizie.

#WorldAIDSDay

 

1 DICEMBRE GIORNATA MONDIALE CONTRO L'AIDS
1 DICEMBRE GIORNATA MONDIALE CONTRO L’AIDS

Psicoterapia, cambiamenti e resistenze

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La psicoterapia prevede la messa in discussione degli schemi disfunzionali e la costruzione di parti di sé più funzionali. Questo secondo obiettivo è spesso più difficile da raggiungere e in terapia corrisponde, nelle fasi avanzate, a ricadute o un rallentamento nel processo di cambiamento.
Un’iniziale resistenza al cambiamento in un percorso di psicoterapia è qualcosa di naturale, spesso i pazienti si dimostrano ambivalenti rispetto al loro desiderio di cambiare. Perché sia possibile avviare un reale processo di cambiamento, un buon terapeuta dovrà essere capace di comprendere e rispettare quest’ambivalenza ed accogliere con empatia e accettazione quanto portato dal paziente.

 

Psicoterapia, cambiamenti e resistenze
Psicoterapia, cambiamenti e resistenze

Terapia familiare e di coppia

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Se una società vuole davvero proteggere i suoi bambini, deve cominciare con l’occuparsi dei genitori

J. Bowlby
TERAPIA FAMILIARE & DI COPPIA

– Consulenze per la coppia: per coloro che desiderano affrontare in modo costruttivo i conflitti di coppia e migliorare il proprio rapporto;
– Consulenze per la famiglia: uno spazio protetto in cui la famiglia può affrontare i conflitti interpersonali e discutere le dinamiche familiari;
– Assistenza alla genitorialità: rivolta a quei genitori che riscontrano specifiche difficoltà nella gestione dei figli o che semplicemente vogliono migliorare le loro capacità genitoriali.

Terapia familiare e di coppia
Terapia familiare e di coppia – J. Bowlby